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Quando parliamo di oceani “sappiamo di non sapere”, come direbbe Socrate. In base ai dati raccolti dalla National Ocean and Atmosferic Administration (NOAA), ente statunitense specializzato nello studio del clima, infatti, l’uomo ha esplorato soltanto il 5% delle profondità marine, mentre il restante 95% è ancora tutto da scoprire. 

Non che manchino le occasioni, a giudicare dal numero di imprese finanziate ogni anno per mappare, sondare e portare alla luce – letteralmente – nuove porzioni del mondo acquatico. E se nella maggior parte dei casi le scoperte rientrano nella sfera del prevedibile, a volte capita che qualcosa metta alla prova le nostre capacità di comprensione.

L’ultima volta è accaduto nel 1997, quando i ricercatori della NOAA registrarono una frequenza sconosciuta al largo della costa sud-occidentale del Sudamerica, nel Pacifico Meridionale.

Alcune settimane dopo venne rilevata di nuovo da un differente idrofono, nell’Oceano Indiano, poi scomparve. Il suono fu battezzato bloop, e subito si pensò al richiamo di qualche nuova specie, anche se, data la sua potenza (si propagava per quasi 5.000 chilometri) e le sue bassissime frequenze, non esisteva – né esiste attualmente – alcun animale in grado di generarlo.

L’ipotesi dell’origine animale, però, venne presto soppiantata da una spiegazione geologica: il suono sarebbe stato originato da un terremoto sottomarino particolarmente intenso o dal distacco di una porzione di ghiacci nella calotta antartica. L’iniziale errore di valutazione fu attribuito al fatto che, per renderlo udibile all’uomo, il bloop veniva riprodotto a una velocità di 16 volte superiore a quella normale e ricordava così il verso di un essere vivente.

Parte della comunità scientifica non ritenne soddisfacente questa conclusione: non era dimostrato o dimostrabile che fosse effettivamente avvenuta una frammentazione di ghiacci a grande profondità, e il suono, benché simile, non era comunque del tutto sovrapponibile a quello di un icequake.

Anche l’idea che solo un animale gigantesco potesse emettere quelle frequenze non convinceva: ci sono organismi capaci di produrre suoni molto più potenti di quanto le loro dimensioni facciano supporre (e chi ha vissuto con un neonato sa cosa intendo): il “gambero pistolero” della famiglia degli Alfeidi, lungo solo pochi centimetri, lancia un richiamo di intensità pari al motore di un jet. Il bloop, quindi, potrebbe essere “la voce” di una forma di vita diversa, in grado di sopravvivere sia a grandi profondità sia in acque più superficiali, e di comunicare tramite suoni avvertibili anche a lunghissime distanze.

L’interesse si riaccese qualche anno dopo, nel 2012, quando l’emittente televisiva americana Discovery Channel mandò in onda Mermaids: the body found, una docu-fiction che raccoglieva le presunte prove dell’esistenza di nuove creature sottomarine:

graffiti scoperti all’interno di antiche caverne in Egitto, immagini di balene e altri cetacei spiaggiati che riportavano sul corpo ferite sospette, come fossero stati colpiti da lance sottili, e, naturalmente, il bloop. La NOAA e la stessa emittente ribadirono che si trattava di un’opera di fantasia, e che le sirene non esistono, ma il clamore suscitato dal documentario aveva ormai portato all’attenzione del grande pubblico “il mistero degli abitanti del mare”.

dagon_didaNon si tratta certo di un argomento inedito: come ben sanno gli antropologi, ogni civiltà riserva alle creature acquatiche uno spazio prominente nella propria mitologia. I Greci veneravano Poseidone, dio del mare, e la sua corte composta di ippocampi, ciclopi, tritoni e sirene, le stesse che tentarono di incantare Ulisse nel corso dei suoi viaggi; gli Assiri e i Babilonesi adoravano Dagon, dio della fertilità metà uomo e metà pesce, e celebravano Oannes, essere umano dotato di branchie che avrebbe insegnato agli uomini le scienze e le arti prima del diluvio universale; nell’antico Egitto si tributavano sacrifici a Hapy, dio delle inondazioni annuali del fiume Nilo, ad Anuqet, dea nutrice dei campi, e a Sobek, dio del Nilo raffigurato come un uomo con la testa di coccodrillo.

Ancora oggi tradizione vuole che in Giappone laghi e fiumi siano regno dai kappa, mostriciattoli dispettosi che si divertono a giocare scherzi di cattivo gusto a chi si immerge, mentre in Scozia, Irlanda e paesi scandinavi vivrebbero i kelpie, demoni che assumono le sembianze di un cavallo nero; in Medio Oriente si suppone che il mare nasconda il Bahamut, un pesce gigantesco. E si potrebbe continuare a lungo.

Secondo quanto afferma il dottor David Batiki, docente di Antropologia e storia del folklore all’Università del Pacifico del Sud, sull’isola di Suva (arcipelago delle Fiji), queste raffigurazioni risiedono nell’immaginario collettivo dell’umanità:

sono legate alle paure e ai desideri inconsci che ogni comunità, nonostante le differenze e la distanza geografica, sviluppa in modo analogo. Rappresentano la necessità di sublimare e rendere più gestibile il rapporto con una dimensione ignota e potenzialmente ostile.

chtulu_didaAnche la letteratura si è divertita a intrattenere gli amanti del mistero generando mostri marini di ogni dimensione e sfumatura di simpatia: basti pensare alla socievole piovra gigante incontrata dal capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne o allo sfortunato Cthulhu descritto da H.P. Lovercraft, orrido umanoide con la testa di polpo, prodigiose mandibole e lunghe ali da pipistrello, nato sul pianeta Vhrool nella ventitreesima nebulosa dalle divinità Bug e Yeb e giunto sulla terra dopo un viaggio attraverso il sistema stellare binario Xoth, per finire qui ucciso e sepolto sotto chilometri d’acqua.

Nella fiaba della Sirenetta di Hans Christian Andersen, sirene e tritoni non sono ancora gli adorabili personaggi della Disney, ma esseri crudeli e sanguinari dotati di poteri magici; perfino nella resa romanzata di J.K. Rowling, autrice di Harry Potter, gli abitanti del mare hanno pelle grigia, capelli aggrovigliati simili ad alghe, denti aguzzi e voci che fuori dall’acqua suonano come urla terrificanti.

Ma non è solo nell’ambito dell’antropologia e dell’arte che il mito rimane vivo e vegeto: c’è anche chi tenta di dimostrare scientificamente (pseudo-scientificamente, direbbe qualcuno) l’esistenza di queste creature sulla base della “teoria delle scimmie di mare”.

Secondo un gruppo di accademici che si rifanno all’ipotesi avanzata nel 1960 dal biologo marino Alister Hardy – poi ripresa da Desmond Morris nel suo La scimmia nuda e nei libri della scrittrice Elaine Morgan – l’uomo discenderebbe da un primate “acquatico”.

Questa l’avvincente ricostruzione di quanto accaduto: durante i lunghissimi periodi di instabilità attraversati dal nostro pianeta appena nato, il sollevamento delle placche tettoniche avrebbe provocato l’allagamento delle pianure e delle foreste allora abitate dai primi ominidi. I nostri antenati sarebbero stati costretti a vivere nell’acqua, sviluppando caratteristiche anfibie, o a cercare rifugio sugli alberi, conquistando la posizione eretta nel tentativo di appendersi ai rami e tenersi all’asciutto.

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Al termine della fase di sconquasso geologico, un gruppo sarebbe tornato sulla terraferma, mantenendo alcune delle caratteristiche acquisite negli ambienti marini, mentre l’altro si sarebbe adattato definitivamente all’acqua. Le scimmie tornate sulla terra si sarebbero evolute negli esseri umani terrestri – anche se, a giudicare da alcuni individui, forse “evoluzione” non è il termine adatto –  mentre quelle acquatiche sarebbero divenute umani anfibi.

A sostegno dell’ipotesi di un nostro progenitore anfibio si possono indicare le notevoli differenze dell’uomo rispetto ai primati terrestri e le sue somiglianze con i mammiferi marini, per esempio nella mancanza della pelliccia; la capacità istintiva di nuotare, che manca nelle scimmie; la presenza del grasso sottocutaneo; la possibilità di controllare, anche se parzialmente, il respiro, e la composizione del cervello umano, nel quale si ritrova l’acido docosaesanoico, un grasso omega-3 molto abbondante nei frutti di mare, riconducibile alla dieta seguita durante il periodo di transizione.

In straordinaria affinità con la teoria della scimmia di mare (potremmo quasi dire “elettiva”), anche quella della genesi anfibia, formulata dalla paleontologa americana Madison Shalins, ipotizza una nostra discendenza da progenitori palmati.

Come descritto nel suo libro del 2007, la dottoressa Shalins parte dal ritrovamento di un fossile risalente a un periodo tra i 430 e i 360 milioni di anni fa: la creatura pietrificata appare indubbiamente acquatica, ma vi si riconoscono la forma di una faccia e una bocca dotata dell’apparato osseo destinato alla masticazione. Secondo Shalins, si tratterebbe del corpo di un organismo che univa caratteristiche marine e terrestri, e che nel corso dell’evoluzione, in risposta a diverse condizioni ambientali, sarebbe potuto diventare totalmente mammifero o totalmente pesce. Una sorta di avo “non specializzato” dell’uomo e di possibili altre creature.

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In base a questa tesi, dunque, sarebbe plausibile l’esistenza di una specie umanoide sviluppatasi in ambiente acquatico e tuttora vivente nelle profondità degli oceani.

Le teorie della scimmia di mare e della genesi anfibia fornirebbero all’esistenza delle sirene quel fondamento scientifico che finora le è mancato, aprendo le porte a una lunga serie di interrogativi: se esistono davvero, sanno della nostra esistenza? Si mostrano a qualcuno noi? Quando e come avviene il contatto? Quale sarà il loro vero aspetto, una volta liberate dal nostro immaginato antropocentrico che le vede come bellissime pin-up con la coda? Di quale intelligenza saranno dotate? Quale genere di civiltà avranno potuto sviluppare vivendo negli abissi oceanici a migliaia di metri di profondità?

Se è vero che ogni teoria è plausibile fino a quando non ne viene dimostrata la falsità – e noi ne siamo convinti – è chiaro che le nostre conoscenze attuali non permettono né di validare né di scartare l’idea di una genesi anfibia della specie umana, e con essa il suo corollario di una specie antropomorfa ancora da scoprire.

Le ricerche della dottoressa Shalins sembrano promettere sviluppi interessanti, e con i continui progressi della tecnologia nella costruzione di batiscafi resistenti alla pressione e di sistemi di rilevazione di suoni e movimento, potremmo ben presto avviare nuove missioni esplorative in luoghi fino a oggi ritenuti irraggiungibili.

Voi continuate a seguirci: se nei fondali degli oceani si nasconde davvero qualcosa o qualcuno, prima o poi lo scopriremo, e La voce dei dannati sarà qui per raccontarvelo.

Bologna, 21 aprile 2015

Disclaimer

Questo articolo mescola fatti reali con altri di finzione ripresi dal romanzo I guardiani dell’isola perduta. In particolare, lantropologo David Batiki e la paleontologa Madison Shalins sono personaggi creati da Stefano Santarsiere, come pure è sua invenzione la teoria della genesi anfibia; la NOAA, la teoria delle scimmie di mare e i suoi sostenitori, e i riferimenti a mitologia, leggende e letteratura sono elementi reali.

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A case solved by Sherlock & Watson, 2017, The Sign of the Two