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Sito di Stefano Santarsiere 2006

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Da dove vengo (una questione di fossili)


Sembra che siano trascorsi secoli.
Eppure è tutto straordinariamente chiaro, limpido, come fossero ricordi della gita al mare di una settimana fa.
Ne parlo con gli amici di qui, che mi guardano come fossi un alieno.
Sembrano dire: E che sarà mai? E' un paesino del cavolo come migliaia di altri.

Oppure, nel migliore dei casi, mi dicono paternamente che sono cambiato io, che le cose che abbiamo intorno restano più o meno le stesse e che è la nostra vita che cambia direzione.
Arriva un'età in cui non ti è più permesso fare il bagno al fiume.
Sacrosanto, niente da dire.

Ma che ci posso fare se Sarconi + Stefano fanno la felicità (del sottoscritto, naturalmente)?
Che, appunto, tutto è ancora troppo chiaro e le sensazioni sono ancora troppo forti perché oggi non passi un solo giorno senza che fatichi a credermi qui, a fare quello che faccio, come se fossi un'altra persona?
Non è solo questione di scorci campestri sotto il solleone, non è solo questione di spensieratezza (grazie tante, lo so bene che quella sparisce con l'età, come la lucentezza degli occhi) e neanche solo di sapori, di odori a primavera, di scorribande al crepuscolo in attesa della cena, di partite al campetto.

E' una questione di fossili.

Avete presente quando i paleontologi scoprono un fossile, l’osso di una tigre dai denti a sciabola, e cominciano a dire: Viveva così e così, Mangiava questo, Andava a caccia lì, Si accoppiava colà...
Ecco, è come se un bel giorno la tigre dai denti a sciabola andasse lei, bella viva e incazzata, dai paleontologi, e cominciasse di spiegare con la sua lingua com'era il suo mondo, com'era densa e pura l'aria del paleolitico, com'era lussureggiante quella pianura pluviale, e com'era gustosa la carne di quelle antilopi preistoriche.

Cosa capirebbero i paleontologi di città secondo voi?
Un bel niente. La lingua della tigre dai denti a sciabola è incomprensibile. E la sua vita passata, si può solo immaginare osservando vecchi rigurgiti e caghette indurite.
Quando torno a Sarconi ogni pietra mi parla, a ogni angolo è legato un ricordo bellissimo e un po' struggente. A volte guardo un fontanino, in una piazzetta, bevo un po' di quell'acqua rugginosa e ho le visioni. Letteralmente. Mi rivedo a dodici anni, mezzo sudato tra una scappata e l'altra, in compagnia dei volti di altri ragazzini ed ebbro di gioia.

Ma tutto questo a chi lo racconti? Con quali parole?
Ci vorrebbe l'esperanto. Di più, il marziano.

Ci vorrebbe la lingua di chi è sopra di noi.

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