Il videopoker attende nel solito vecchio angolo, con il suo logo a forma di elmo medievale. Non c’è nessuno che perde i suoi averi davanti alla consolle, così estraggo dalla tasca una delle ultime monete da due euro a mia disposizione e mi accingo a infilarla nella fessura.*

 

Già di ritorno?

La voce arriva all’improvviso come se qualcuno avesse appena acceso la radio. Delle tante che si contendono lo spazio aereo del mio cervello, è la più fastidiosa. Pretende di fare la coscienza, e non se ne vuole andare.

Da quanti anni ti procuri da vivere con questo arnese? Non ti sei ancora stufato?

Cerco di ignorarla, inizio a giocare, ma quella insiste.

E da quanto sopravvivi così, senza una casa, senza un mestiere, senza niente? Peggio di un cane rognoso che tutti scansano?

Vorrei solo che mi lasciasse in pace.

Come ha fatto Satana in persona a ridursi così, Satana l’angelo caduto, il tentatore, il genio, il terrore, Satana il re degli Inferi, orgoglioso signore degli abissi?

Oh, certo, non l’avevi presa troppo bene all’inizio. Ricordi la tua reazione? 

Sarebbe questo il luogo, questo il clima;
sarebbe questo il trono che ho ricevuto in cambio del Paradiso?
Questo schifo al posto della luce celestiale?

Te lo chiedevi allora e te lo chiedi anche adesso, no?
Però l’avevi sentita subito la liberazione.

Per carità, lontano da lui è pure meglio,
almeno qui comando io e posso decidere di testa mia
cos’è giusto e cos’è sbagliato.

Te lo ricordi, Lobello? Eri brillante e intelligente quanto lui, ma lui era più forte. E con la forza non ci hai mai saputo fare granché.

E allora tanti saluti ai praticelli felici,
in cui dimora la gioia eterna…

(Ma quanto è noiosa, la gioia?)

benvenuto all’orrore, benvenuto al mondo diabolico,
e anche al profondo del profondo inferno
che ha accolto il suo nuovo padrone:
un uomo.

Sì, uomo, perché questo sei diventato.

Fedele a se stesso e al suo pensiero,
che non cambia e non cambierà nel tempo e nello spazio.
Questa mente è la mia vera casa, adesso,
ed è così potente da trasformare l’inferno in paradiso,
e il paradiso in inferno.

Avanti, sii onesto: alla tua mente ormai servono almeno qualche diamantino e una bottiglia di Glenlivet.

Che importanza ha dove mi trovo, se sono sempre lo stesso,
tutto tranne che inferiore a colui che è stato creato come il più grande?
Qui almeno posso essere libero;
lui non ha certo edificato questo posto per poi invidiarmelo,
non mi butterà fuori.

Non è vero, ci ha provato e ci prova ancora. Ma Michele e i suoi compari, con tutta la loro “purezza”, restano sempre un passo indietro rispetto a te.

Regnerò sicuro, invece, e per quanto mi riguarda
vale la pena di regnare, anche quaggiù.
Meglio essere re fra i disadattati dell’Inferno in terra, che servo in Paradiso.

E tu lo sai, vero, povero Lobello? Lo sai come si sta, a regnare fra i disadattati?

Anche se… a volte mi chiedo,
perché ho abbandonato gli amici e i compagni di sventura
riversi nella pozza dell’oblio?

Quanti ne hai lasciati, storditi dal fumo e dalla droga, relitti inutili sul tuo cammino?

Perché non li ho richiamati a spartire con me questo mondo infelice,
o almeno, un’ultima volta, a lottare
raccogliendo le armi per riconquistare quello che ancora si può,
in Paradiso, o ciò che è ancora più perduto all’Inferno?

Te lo dico io perché, stupido strafatto disilluso:

La verità è che non c’è speranza.
Diavolo patetico che sono! Da che parte dovrei volare?
Lo chiedo a te, infinita collera, infinita disperazione.
Dove mi giro, è l’inferno.
Io stesso sono l’inferno e anche quando tocco il fondo,
un fondo ancora più profondo minaccia sempre di divorarmi,
ed è tanto orrendo che lo strazio in cui sono adesso
mi par quasi un paradiso.

Stai forse dicendo che tutto sommato lassù non si stava poi così…

 

Basta! Lo grido nella mia testa. La voce non risponde. Mi accorgo che sto fissando inebetito la stessa schermata da chissà quanto. Cinque carte di fiori, ho vinto cento euro. Dovrei essere soddisfatto, vuol dire che camperò un altro giorno, forse due, se sto attento, e invece non sento altro che un sapore di cenere in bocca.

Maledetti pensieri, maledetto me. Maledetto il giorno in cui sono caduto su questo porco mondo, maledetta la volta in cui ho creduto di potermi vendicare e vincere contro di lui.
Secoli sulla terra, decine di vite passate e corpi abitati, e per cosa?

Ho sobillato, inventato, tradito, spezzato, rubato, venduto. Ho iniziato rivoluzioni e alimentato sommosse, ho creato leggende e distrutto miti, e ora mi ritrovo in un buco di culo di paese a farmi di shabu in una baracca lurida insieme al cadavere di una vecchia.

Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà.**

Di nuovo la voce.  Sarebbe dunque colpa mia? La libertà che credevo di aver conquistato è un’illusione, e il mio mondo una prigione?

Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni.
Quando i mille anni saranno trascorsi, Satana sarà sciolto dalla sua prigione. ***

Sul serio? E allora perché non sono ancora stato liberato?

Disclaimer

La prima citazione, contrassegnata da un *, è tratta dal mio romanzo Il mistero della reliquia dimenticata; la seconda (**) dal Libro della Sapienza; la terza (***) dall’Apocalisse di San Giovanni apostolo.

Le immagini incorniciate sono rispettivamente di Frederick WW Howell, Bartholomaeus Spranger (©Wellcome Library, London) e Xavier Sotomayor (@Unsplash). Le illustrazioni in apertura e chiusura di pagina, invece, sono di Gustave Doré che nel 1866 ha illustrato il capolavoro di John Milton, Il paradiso perduto.

E proprio al Paradiso perduto di Milton è ispirato questo monologo — certamente più moderno e più aderente al personaggio — di Satana nelle decadenti vesti di Lucio Lobello. Se sei curioso di leggere l’originale (nella traduzione di Roberto Piumini), puoi trovarla nella pagina dedicata alla Versione di Milton.

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A case solved by Sherlock & Watson, 2018, The Sign of the Two