Alex e Babbo Natale

  • di Stefano Santarsiere
  • 20 Dic, 2016

Il suo Natale iniziò all’una di notte.
La famiglia si era congedata ma lui non aveva ancora voglia di infilarsi nel letto. Dopo tanti mesi, era la prima notte che non trascorreva in cella e voleva godersi le braci del camino, le lucine che proiettavano ombre di festoni contro il soffitto; voleva ascoltare il suono familiare dell’orologio a pendolo e le maestose folate di vento che soffiavano sul balcone.
Roba d’altri tempi.
Ma era il suo Natale e voleva ripensare a come lo viveva da bambino. E per farlo doveva concentrarsi parecchio, perché bambino non lo era più da un pezzo. Aveva persino scritto la letterina a babbo Natale – di nascosto, si capisce – e aveva spedito a un indirizzo preso su internet che si spacciava per il vero recapito di Santa Claus. In Finlandia.
Aveva richiesto una di quelle pistole ad acqua che sembrano uscite da un episodio di Capitan Futuro, con il serbatoio a forma di grossa supposta e lo stantuffo per caricare. Non era tanto per chiedere, diamine, era un desiderio vero. Un capriccio che si portava dietro da bambino e che non aveva potuto soddisfare perché i suoi non gli compravano mai un bel niente.
Ravvivò le braci. Sentiva freddo alle spalle, il soggiorno era grande e i termosifoni sempre spenti. Era convinto che il suo vecchio evitasse di accenderli per fare torto a lui. Quando il magistrato di sorveglianza gli aveva accordato il permesso di trascorrere il Natale a domicilio, si era domandato se valesse la pena tornare in quella casa dove ormai riceveva ben poca considerazione. Ma quali alternative aveva? Inchiodarsi a una finestra, a fissare il cortile con le magre betulle e fumare una sigaretta dopo l’altra. Oppure giocare qualche spicciolo a poker con i soliti tre e infine ritrovarsi solo, nella cella, a pensare alla troppa fretta di crescere. Almeno tra quelle pareti ritrovava il vecchio senso di protezione, anche se ci riusciva a tratti e soltanto quando i suoi lo lasciavano in santa pace.
Il vento urlò dietro il balcone. Vetri e infissi cigolarono. Il rumore lo sospinse con la memoria davanti alla finestra dell’ambulatorio comunale, la sera che l’aveva scassinata insieme a Franco Arpagone. Tutto per le qualche scatola di Diazepam da girare a quel tossico di merda di Lancillotto. Solo che nell’ambulatorio c’era il medico di guardia; aveva spostato la branda perché era un fanatico del Feng shui ed era convinto che quella parte di edificio fosse più propizia al sonno. Tanto propizia che in verità non aveva chiuso occhio, il bastardo.
Il ricordo accelerò: la faccia sgomenta di quel grassone, i suoi ululati dopo la testata con cui gli aveva spappolato il naso come un acino d’uva, le finestre intorno che s’illuminavano in rapida sequenza, tac, tac, tac; e i carabinieri, l’indomani, che lo pizzicavano mentre acquistava un biglietto per Brindisi. Perfino la voce da papero di Cesare Rangone, un compagno delle medie che aveva confermato la sua precoce antipatia facendosi sbirro. “Ehi Alex, tagliamo la corda?”.
Un tintinnio di vetri era bastato a ricondurlo all’origine dei suoi guai: ecco in quale stato erano ridotti i suoi poveri nervi!
E non bastava. Ci fu un nuovo scossone. La portafinestra sembrava masticare ghiaccio. Era tentato di tapparsi le orecchie ma notò qualcosa. La sua mente era fin troppo incline a certi segnali: in quel momento non soffiava il vento e lo scricchiolio degli infissi aveva una cadenza regolare.
Spostò la sedia all’indietro e si alzò, riflettendo meccanicamente sulle probabilità di un tentativo di effrazione, che per la verità erano a sfavore: escludendo le sue imprese, nella storia recente del paese non si contavano precedenti di furto con scasso. Il balcone era al terzo piano, troppo scomodo, e per di più era Natale: solo un pazzo poteva concepire un furto proprio quella notte mentre erano tutti rintanati dopo la strage di vongole e capitoni.
Eppure i suoi occhi si fissarono sulla tenda davanti alla portafinestra. Filtrava il chiarore della luna da dietro il garbuglio di nubi. E nel riflesso vide muoversi qualcosa. Prima di realizzare che somigliava a una figura umana gli infissi si aprirono e la tenda si gonfiò. Fece un balzo indietro trattenendosi dal gridare – prevalse l’istinto di non svegliare la famiglia e gli venne fuori un secco “Ooh!” di spavento. La figura si sbracciava per liberarsi dalla tenda. Alex si guardò intorno e vide il portacandele d’argento sul tavolino accanto al televisore. Ai bei tempi aveva pensato di andarlo a vendere, ma era un lascito di una certa bisnonna e i suoi lo avrebbero scannato peggio che se avesse ripulito la cassetta delle offerte in chiesa. Il tempo di agguantarlo e l’intruso si profilò in tutta la sua imponenza.
Alex ne fu costernato, più che terrorizzato; brandiva quel portacandele e quasi dimenticava di averlo in mano, mentre la temperatura del soggiorno precipitava per via della portafinestra spalancata, da cui irrompeva odore di neve e muschio.
Il tizio era grasso come il medico di guardia, ma parecchio più alto. Un vero mastodonte con barba e capelli bianchissimi e un cappello elfico appollaiato in cima alla testa. Indossava un gilet vermiglio, strettissime braghe con un paio di stivaletti dalla punta all’insù; gettò un enorme sacco in mezzo alla sala e si pulì le maniche imprecando qualcosa come “andomai una terrazza o un balcone lindo!”. La voce tuonava come una burrasca lontana, e conteneva la stessa nota di minaccia.
Alex si spostò di lato, con la cautela di Ulisse al cospetto di Polifemo. L’orco iniziò a rovistare nel sacco e intanto berciava: “Vediamo un po’… Balboni, no Balbucci, aspetta aspetta… Cristo d’un Dio, come si chiamava questo qui?”. La voce echeggiava nella bisaccia come nei meandri di una grotta.
“Bardonucci”, mormorò Alex.
L’orco si immobilizzò, con la testa infilata nel sacco. “Ehm…” fece, sollevandosi piano.
Trasalì nel vedere Alex in fondo al soggiorno.
Dio di un Sant’iddio, ragazzo! Che ci fai qui?”.
Lì per lì Alex non rispose. Strinse il portacandele e fissò a bocca aperta quell’enorme barba che precipitava sul ventre assorbendo i riflessi da luna park dell’albero; cercava di capire se gli occhi fossero aperti o chiusi, dietro gli occhialini in bilico sul naso arrossato, ma soprattutto se lui stesso fosse sveglio oppure nel mondo dei sogni.
“Dovresti essere a nanna, maledizione!”, ribadì lo sconosciuto.
“Ma tu… chi cazzo sei?”.
La testa del ciccione scattò all’indietro come se avesse ricevuto un colpo. Puntò l’indice e disse: “Non usare quelle parole con me, moccioso!”.
“Ma ti sei fatto una pera?”, ribatté Alex, con il cuore che accelerava. “Ti sei ficcato in casa mia e mi fai anche la paternale? Esci immediatamente da qui o ti scasso il grugno con questo”, esibì il portacandele proprio mentre le lucine erano tutte gloriosamente accese.
L’orco non fece una piega. Fissò un momento il portacandele e scoppiò in una fragorosa risata.
Lui sobbalzò. Corse a chiudere la porta che accedeva al corridoio per evitare che i vecchi si svegliassero.
“Cazzo ridi!”, disse con voce strozzata tornando nel soggiorno.
L’altro continuava a sbellicarsi, tenendosi la pancia.
“Piantala!”. Alex lo minacciò con il portacandele.
Il grassone parò le mani guantate di bianco, curiosamente piccole rispetto al resto del corpo. “Ehi, no, no, calma ragazzino!”. Si schiarì la gola. “Scusami, ma è la prima volta che mi scambiano per un ladro”.
“Perché cosa sei, il segretario comunale? E non mi chiamare ragazzino”.
“Proprio non mi riconosci?”. Adesso era l’orco a mostrare sorpresa.
“Come diavolo faccio a riconoscerti dietro quella barba di lana e tutti i cuscini che ti sei cacciato sotto i vestiti?”.
“Ma non è un travestimento! Io sono l’unico, il vero, l’originale Santa Claus. BABBO NATALE!”, e fece un inchino teatrale, una mano sul petto e l’altra dietro le spalle.
Alex sospirò. “Senti, i miei complimenti per il travestimento e sta tranquillo che non ti denuncio. Ma ora levati dai coglioni altrimenti mi costringi a chiamare gli sbirri, e ti assicuro che il pensiero mi fa venire l’orchite”.
Ma l’intruso era tornato a rovistare nel sacco. “Bardonucci, hai detto?”. Si udì un tramestio di oggetti spostati e ammucchiati. Il corpo mastodontico s’infilò ancora più giù: l’enorme sedere occupò l’intera apertura del sacco, i piedi si staccarono addirittura dal pavimento e Alex spalancò gli occhi nel vedere quelle gambe scalciare nell’aria mentre l’orco si calava, sbraitando con voce nasale: “Dove beatiddio l’ho infilato…”.
Era una visione talmente grottesca che il portacandele gli cadde di mano e rimbalzò sulle mattonelle.
“Ahh! Trovatooo!”, tuonò l’intruso.
Le gambe si piegarono e i piedi ritrovarono il pavimento. Si sollevò dal sacco tirandosi dietro una scatola infiocchettata; quindi raccolse la barba, che si era per metà attaccata a un orecchio, e allungò il pacco ad Alex.
“Ecco il tuo regalo ragazzo, quel che hai chiesto. E con tanti auguri di buon Natale”.
Alex lo prese, ma era su un altro pianeta.
“Su, apri! O vuoi aspettare domattina?”.
Con gesti dapprima misurati – alternando sguardi perplessi al pacco colorato e all’intruso che lo osservava con quelle gote da ubriaco – poi via via più decisi, Alex strappò la carta regalo e pose la scatola alla luce ammiccante dell’albero.
‘Timbri di Storia – 20 personaggi tutti da colorare.’
Non capì. Lesse più sotto, i caratteri tondeggianti dicevano: ‘Scopri la Storia d’Italia con tanti protagonisti da stampare e dipingere. Sono compresi 10 sfondi storici, il tampone d’inchiostro e la tavolozza dei colori.’ Le immagini dei timbri mostravano un allampanato Giulio Cesare con laticlavio e corona d’alloro, un dante Alighieri col naso a becco, un fosco Giuseppe Mazzini con le mani dietro la schiena. C’era perfino un ingobbito Andreotti che pareva uscito da una favola nordica.
Fissò l’intruso: “E che diavolo è?”.
“Il regalo che hai chiesto”.
“Un par di palle! Non ho chiesto queste carabattole”.
L’orco si fece serio. “Mi prendi in giro?”
“Ti dico che ho chiesto un’altra cosa, puttana ladra!”.
“Ti ho già avvertito di moderare i toni, ragazzo”.
“E io ho avvertito te di non chiamarmi ragazzo”.
L’intruso si piazzò i pugni chiusi sui fianchi. “Io non mi sbaglio mai”.
“E si vede che stai perdendo colpi. Nella lettera avevo chiesto una WaterGun professional da 3 litri. Un portento capace di annegarti. Una vera e propria arma letale. Non certo queste cagate”, e lanciò la scatola verso il camino, dove rischiò di finire tra le braci.
“Mostrami copia della lettera”, disse il panzone incrociando le braccia.
“Mi prendi per il culo? Non ho fatto mica la pratica in comune, che copia vuoi che abbia?”
“E allora ti becchi i timbri di Storia, caro”. Iniziò a stringere il cordone dell’enorme sacco.
“Ma che razza di discorsi sono?”
“È la regola. Toccava a te dimostrare l’errore”.
“Hai appena detto che non c’è mai stato uno sbaglio e ora tiri fuori una regola?”
“Appunto”, rispose il vecchio; afferrò l’imbocco del sacco e con un gemito se lo buttò sulle spalle. “Mai uno sbaglio. Perciò devi dimostrare tu quest’incredibile novità”. Guardò Alex e fece spallucce. “Va così, ragazzo”.
Quelle parole gli fecero montare il sangue alla testa. Afferrò il portacandele dal pavimento e lo sollevò su quel faccione rubizzo.
“Da qui non te ne vai se non molli una WaterGun!”, ringhiò.
Il vecchio fissò il portacandele come fosse un animale morto.
“Ehi, che ti salta in mente?”.
Per tutta risposta Alex fece per sbatterlo sul viso barbuto. Fu qualcosa di più di una simulazione: brandì l’oggetto tanto vicino al nasone che l’orco si ritrasse con uno strillo: “Diòdunsanto!” e il sacco gli scivolò dalle spalle.
“Sta sicuro che ti rompo la faccia!”, disse Alex con voce arrochita. “Non voglio quei cazzo di timbri. Tira fuori la pistola!”.
“Ma non credo di averla!”. Gli occhi del grassone saettarono sul portacandele scintillante di riflessi gialli e verdi e rossi. “Nessuno l’ha richiesta e non so proprio come…”.
“Non me ne frega un accidente. Sono problemi tuoi”.
“Ti dico che non ce l’ho!”.
Di nuovo Alex levò il portacandele, con un’espressione di tale ferocia che l’altro balzò all’indietro e rischiò di piombare sul pavimento.“Va bene, va bene, guardo nel sacco!”.
”Bravo”.
Scrutando il giovane, slacciò il cordone e infilò una mano. Spostava oggetti e scuoteva il capo con pessimismo mentre Alex osservava senza dire niente.
L’intruso tirò fuori un pacchetto colorato. “Ti va bene un set di siringhe giocattolo? Puoi riempirle d’acqua e spruzzare la gente”.
“No”.
Ripose il pacchetto e continuò la ricerca. Alex abbassò leggermente il portacandele, avanzando di un passo. Avrebbe dato volentieri una sbirciatina al contenuto del sacco ma non osava chiederlo. Il panzone si spinse ancora più giù: “Una pistola laser?”
“Tienitela”.
Era una questione di principio. Desiderava la WaterGun da una vita e nessuno si era mai offerto di comprargliela. Per la verità adesso ricordava di aver ambito a molte cose ma aveva perso l’abitudine a coltivare i desideri, tale era la convinzione di non poterli realizzare, perché tutti coloro che ne avevano il potere si erano dimenticati di lui. Genitori, assistenti sociali, autorità giudiziarie, perfino gli amici di una volta. Tutti avevano bollato la sua esistenza come irrilevante, e con essa i suoi sogni.
“Una barca a vela?”
“No-o! La WaterGun Professional, bellezza. Quella da tre litri”.
Il vecchio si tirò su. Aveva l’aria di un giocatore stanco di bluffare. “Ma Gesù e Giosafat! Devo chiamare gli gnomi a quest’ora?”
“Chiamali, che aspetti?”.
“Saranno tutti in giro. Il loro lavoro è finito”.
“Chiamali!”.
Sbuffando e imprecando tra i denti, si sbottonò il gilet e infilò una mano nella tasca interna, estraendone un telefono poco più grande di un biglietto da visita e altrettanto sottile. Compose un numero, si portò il telefono all’orecchio.
Dopo una ventina di secondi iniziò una conversazione in lingua aliena, una specie di fluente cinguettio che a tratti si arrestava e poi riprendeva senza variazioni. Alex ne fu affascinato. Sembrava che il panzone stesse bisticciando. Ora alzava la voce, il cinguettio diventava un gracchiare isterico, ora si addolciva in un gorgheggio di usignolo. Il giovane si avvicinò cercando di capirci qualcosa e l’orco pigolò, conciliante. Fece di sì con la testa, trillò con fare comprensivo. Alex abbassò il portacandele, completamente rapito dal dialogo che si avviava al termine. Il panzone si profuse in ringraziamenti starnazzanti, tubò di saluto e chiuse la telefonata. Incrociò gli occhi del giovane, che lo guardava a bocca aperta, infine garrì come un gabbiano all’attacco di una sardina e gli mollò un pugno in faccia.
Alex finì sul pavimento è sbatté contro il piede di una poltrona. Per svariati secondi oscillò sull’orlo di un pozzo scuro; confusamente individuò il ciccione che stringeva la corda e si buttava il sacco sulla schiena, pronto a filare dal balcone. Lui tentò di sollevarsi sui gomiti. L’orco scostò la tenda e spalancò del tutto la portafinestra; mise un piede sul terrazzo… e l’altro piede finì tra le mani del giovane che lo tirò a sé con un grugnito.
A’ istola azzo!”.
L’altro gemé e scalciò ma Alex non mollava la presa. Aveva gli occhi pieni di lacrime, un formicolio spinoso alle labbra come se ci fosse sopra uno scarabeo che agitava le zampe. L’orco abbandonò il sacco e tentò di voltarsi, prima da un lato poi dall’altro, ma il risultato che ottenne fu di precipitare a terra. E a quel punto Alex gli saltò sopra. Uno schiaffone e volarono gli occhiali. La barba si sfilacciò tra le dita che tiravano. Ma il panzone reagì con una scrollata tellurica che lo fece ruzzolare all’indietro e lo mandò a sbattere nuovamente la testa.
Adesso era l’intruso a ribollire: aveva afferrato il portacandele e lo calò sulla testa del giovane; lui rotolò di lato, l’impatto sul pavimento echeggiò come un rintocco di campana. L’orco lo inseguì con il braccio levato come una massaia a caccia di un topolino. Il giovane sbatté su una sedia e poi sul porta riviste, che si rovesciò, e continuando a rotolare finì contro la base dell’albero di Natale. Afferrò i rami di plastica più bassi e tirò con tutta la forza che aveva: l’albero si abbatté sull’intruso ed entrambi precipitarono sul pavimento in uno sfascio di addobbi, luci, barba e cappello a punta.
Seguì un intervallo in cui respirando a fatica, con una grandinata nel petto, Alex cercò di rimettersi in piedi. Quando infine vi riuscì guardò l’albero e la poltrona, spazzò tutto il soggiorno con gli occhi, ma del maledetto panzone non c’era più traccia.
Poi vide la portafinestra e percepì un suono di campanelle che svanivano nell’aria notturna. Si era portato via anche i timbri di Storia.

Era tornato nella sua cella. Tutti dicevano che era fortunato ad avere una gabbia tutta sua, il magistrato aveva disposto così per via della sua aggressività.
Se ne stava disteso in branda, una mano dietro la testa, a riflettere sulla troppa fretta di crescere che aveva sempre avuto, a fare i conti con la fanghiglia torbida che gli passava per la testa. E a capire se la storia del panzone era reale o s’era sognato tutto perché aveva ricominciato con gli allucinogeni – ma non li prendeva più da secoli, e l’albero l’aveva sollevato realmente da terra e rimesso a posto con illuminazioni e festoni compresa la stella in cima, ma forse s’era immaginato ogni cosa perché non aveva dolore alla bocca e nessun bernoccolo fra i capelli e del resto com’era possibile che con tutto il casino in soggiorno papà mamma e Adele non s’erano svegliati, ma chissà se davvero poteva raccontare la storia a qualcuno ma a chi? non potevano credere a un debosciato senza futuro buttato nella cella sudicia, non c’era posto per lui, non c’erano cortili di magre betulle dove parlare ai compagni, non Franco Arpagone, non i vecchi, non gli assistenti, non la sua coscienza sospetta, ma perché nemmeno la WaterGun del cazzo? Voleva realizzare un sogno innocente almeno una volta perché l’unica cosa che aveva desiderato quella notte di Natale era ritrovare Alex bambino, per ricominciare? No. Per chiedere scusa al mondo? No. Per affrontare il ritorno in carcere? Nemmeno. Era soltanto per far sapere che in giro c’era un Alex più umano, tutto qui, per farlo sapere al suo cuore, tutto qui,
Un rumore interruppe quei pensieri. Un cigolio di serratura. Alzò la testa e notò la porta che si apriva. Non c’erano controlli a quell’ora. Nelle celle dormivano tutti e forse anche i secondini erano nel mondo dei sogni, cazzo.
Eppure vide quella figura entrare, mentre il suo cuore accelerava. Una figura femminile, filiforme, vestita di scuro e curva come una vecchia falce. Mostrò una faccia rugosa dentro un fazzoletto, con ciuffetti di capelli che biancheggiavano da sotto l’orlo.
Dio Santo, pensò lui.
Ci risiamo!
Una mezzaluna nera apparve tra il naso e il mento della figura. Fece cadere un sacco nero davanti ai piedi, più piccolo di quello del panzone, e con voce tremula disse: “Watr… Wo… WaterGun?”
“Professional,” confermò Alex, in tono vago.
La figura aprì e rovistò con gesti lenti. Poi si arrestò, guardò Alex e assentì soddisfatta.
Estrasse la pistola. Lui vide all’istante che non era affatto la WaterGun.
Eccerto! Quando mai?
Anche nella penombra rischiarata appena dalla lampadina sopra la sua testa, ne sapeva abbastanza di armi da fuoco per accorgersi che la megera stringeva una Browning semi-automatica da 9 mm. Un modello vecchio come il cucco, con un caricatore da 13 colpi, che lei armò e gli puntò in faccia.
“Con tanti saluti dal mio collega”, annunciò la megera; e stavolta la voce era salda, velenosa.

Un attimo prima, Alex si disse che mai più avrebbe fregato medicine per un bastardo di tossico.

Stefano Santarsiere

Amo le storie e i protagonisti che difendono ciò che hanno di più prezioso. Sono stanziale più che posso, ma grazie alla scrittura mi sposto sulle latitudini dell’immaginazione. La mappa della città morta è il mio primo romanzo per Newton Compton Editori.

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